C’era una volta, ancora una volta
Marta Roberti

text by Mauro Folci

Opening: 19 November 2022 – h: 14.30 / 20.00
On view: 20.11.2022 – 03.02.2023

Exhibition part of Milano Drawing Week

ITAENG

“Così tutto si è infranto nelle loro mani. Non hanno più nessun interesse nella vita. Buona idea, nutrita segretamente da ciascuno di loro. Se la nascondono – Ogni tanto, quando viene loro in mente, sorridono – infine, se la comunicano l’un l’altro: copiare.” (1)

Quando Marta Roberti mi ha comunicato il titolo della sua mostra mi è parso di leggere, in compendio, i concetti e le figure che ricorrono fin dall’inizio nel suo lavoro artistico, riconducibili in ogni modo alla comprensione della natura umana, che sostanzialmente è disadattamento, infantilismo persistente, non coincidenza corpo-mondo, e della sua peculiare temporalità. La prima immagine che mi è venuta incontro è la storia di quegli strambi amici, Bouvard e Pécuchet, protagonisti di un romanzo significativamente incompleto di Flaubert che dopo una vita vissuta insieme alla ricerca di un senso da dare alla propria esistenza – con progetti tanto nobili quanto assurdi e fallimentari, che a lungo andare hanno tolto loro interesse per la vita – decidono di copiare ogni testo stampato che cadeva sotto il loro sguardo: biglietti del tram raccolti dalla strada, le istruzioni per un medicinale, l’etichetta di una bottiglia, insomma ogni cosa che recasse stampigliato un testo gli amici lo copiavano. Bouvard e Pécuchet, copiando ri-conoscono il proprio non essere e per ciò sono salvi, lo sono per due motivi: la copia come ritornello, come ripetizione dell’identico, come dispositivo a cui si ricorre nei momenti di crisi esistenziali, che ci permette, entro certi limiti, di uscire da, o quanto meno di mantenerci sul, baratro dell’inconsistenza. Secondo, perché sono amici che condividono l’irriducibile separazione che ognuno dei due ha con sé stesso, tra il sé corpo animale e l’altro da sé, mondo, esperienza, biografia, un altro sé stesso che si riconosce riflesso nell’altro. Non essendo, Bouvard e Pécuchet possono solo avere. Hanno la facoltà di linguaggio, hanno la memoria, hanno le passioni, ma le posseggono come qualcosa che si aggiunge al corpo, come una esteriorità, come una protesi. Georges Bataille chiama questo distacco, la non identità di natura e biografia, ferita: l’aperto dell’umano passa soltanto attraverso il non compimento, la nudità animale, la ferita.(2)

Cosa è che ritorna nel C’era una volta, ancora una volta che ci propone Marta? È il fondo che sale alla superficie (senza cessare di essere fondo), tanto per citare una serie di opere monocrome dell’artista dove il segno tratteggiato, maniacalmente ripetuto del disegno – sono per lo più rovi e mangrovie – emerge luminoso dal fondo nero carbone della carta copiatrice; il buio è la potenza da cui sorge la luce in atto. Una luce che però balza in superficie in un groviglio inestricabile di rami o di pulsioni, come dire che al di là dell’aperto non c’è la luce cristallina del libero avvenire ma solamente un ri-velamento. Ciò che ritorna è la memoria del corpo, degli organi motori che è essenzialmente abitudine, ma prima ancora ciò che ritorna identico a se stesso è l’a priori di ogni cosa, la potenza indifferenziata che sovrintende a ogni atto. Ogni volta da capo la facoltà di linguaggio, la facoltà mnestica, la facoltà di amare, ritorna sempre uguale. È la potenza, è il virtuale di tutto ciò che è stato, di tutto ciò che si attualizza e che si attualizzerà in futuro, e che in esso non si esaurisce. Le infinite espressioni che le lingue storiche permettono di creare non esauriscono in alcun modo la facoltà di linguaggio, essa torna sempre di nuovo portando la differenza nell’adesso. Il virtuale, ossia la potenza, è ciò che si ripete sempre uguale, ciò che si differenzia è il movimento del virtuale che si attualizza.

Questo movimento che da un illo tempore attualizza differenze è evidente e persino citato nelle opere di Marta Roberti, nella prassi artistica incentrata essenzialmente su una gestualità ripetitiva, insistentemente ripetitiva che è propiziatoria a uno stato mentale distaccato. Ma non un distacco dal mondo per entrare in comunione con il religioso, il rapporto che intrattiene Marta con la superficie non è di simbiosi con ciò che sta facendo, nell’incantamento che certa pratica ripetitiva procura non c’è fusione ma distanza giusta che permette ancora di contrapporre forma-contenuto, sé-altro, necessità-libertà. Non c’è fusione ed è per questo che il lavoro di Marta è massimamente fluido, nomadico, rizomatico, attrezzato per spaziare tra una miriade di concetti e figure che a volte ritornano sotto differenti costellazioni, o sotto mentite spoglie, a formare un ipertesto con diversi registri e linguaggi dalla scrittura al disegno, all’immagine in movimento, alla pittura.

Da un esito per così dire fenomenologico delle prime opere di Roberti come in Neotenia, Divenire ambiente, Lacuna, all’immagine del sé speculare della natura indistinta e degli animali solitari che ci osservano, quasi fosse la figurazione dell’ottava elegia di Rainer Maria Rilke, tanto amata dall’artista: “La creatura, qual siano gli occhi suoi, vede / l’aperto. Soltanto gli occhi nostri son / come rigirati, posti tutt’intorno ad essa, / trappole ad accerchiare la sua libera uscita.”(3) Fino alle ultime opere, dove il corpo – è il corpo dell’artista – assume un rilievo maggiore nel rapporto con la natura e in modo particolare con l’animale. Il divenire animale di matrice deleuziana sembra essere una invariante nelle riflessioni che guidano la prassi artistica dell’artista, anche nella forma della metamorfosi che occupa tanto spazio nelle opere recenti, alcune delle quali in mostra. Ma qui il divenire altro della metamorfosi non apre al fantastico mondo perduto della mitologia, roba da antiquari direbbe Walter Benjamin, perché è dall’adesso che parte il richiamo del passato che torna, nell’esperienza estetica, come immagine dialettica, a volte capace di scardinare l’ordine discorsivo dominante. Questo adesso si presenta come immagine dialettica, come immagine fantasmagorica, improvvisa e involontaria del passato in cui appare il possibile che in esso non si è compiuto. Qui si fanno gli incontri, in questa terra di mezzo tra il non più e ancora una volta, e gli incontri si sa sono sempre felici. Allora non sfugge, a uno sguardo attento, la tensione che tiene insieme la blatta di Clarice Lispector con gli animali di Potnia. È possibile che le cose siano andate in questo modo: un giorno Marta Roberti incontra chissà come Potnia Theròn la signora degli animali, l’Artemide selvaggia…

Mauro Folci

[1] Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, Quodlibet, Macerata 2018, p. 347.
[2] George Bataille, L’amicizia, SE, Milano 1999, p. 19.
[3] Rainer Maria Rilke, Ottava elegia, in Id., Elegie duinesi, Einaudi, Torino 1978, p. 49.

Marta Roberti (Brescia 1977) vive a Roma. Dopo la laurea in Filosofia a Verona ha frequentato il corso di Cinema e Video all’Accademia di Belle Arti di Brera. Il disegno è il suo mezzo preferito, declinato in installazioni e video animazioni, che hanno partecipato a mostre e festival tra cui Wall-Eyes, Looking at Italy and Africa, Keynes Art Mile, Johannesburg. 2019, Something Else Biennal Off Cairo 2019, Portrait Portrait Taipei Contemporary Art Center 2017, Regeneration Scarabocchio Kuandu Museum of Art Taipei 2015 , Macro Roma, Carta Bianca Museo di Villa Croce di Genova 2012. Ha vissuto alcuni anni in Asia, dove ha partecipato a numerose residenze tra Cina e Taiwan, privilegiando Taipei come base. Nelle sue opere indaga come l’identità occidentale emerga da ciò che è considerato “altro” da sé: come gli animali, la natura, l’esotico, l’oriente e la preistoria.

So everything has broken down in their hands. They no longer have any interest in life. Good idea, secretly fueled by each of them. They hide it – Now and then, when it comes to them, they smile – Finally, they communicate it to each other: to copy.“(1)

When Marta Roberti told me the title of her exhibition, it seemed to me that I was reading, in compendium, the concepts and figures that recur from the very beginning in her artistic work, traceable in every way to the understanding of human nature, which basically is maladjustment, persistent infantilism, non-coincidence body-world, and its peculiar temporality. The first image that came to me is the story of those wacky friends, Bouvard and Pécuchet, the protagonists of Flaubert’s significantly incomplete novel, who after a life lived together in search of a meaning to give to their existence – with projects as noble as absurd and unsuccessful, which in the long run took away their interest in life – decide to copy every printed text that fell under their gaze: streetcar tickets collected from the street, instructions for a medicine, the label of a bottle, in short, anything that carried a printed text.

By copying, Bouvard and Pécuchet re-acknowledge their own non-being, and hence they are saved, they are saved for two reasons: copying as a refrain, as a repetition of the identical, as a device one resorts to in moments of existential crisis, that allows us, within certain limits, to get out of, or at least keep us on, the abyss of insubstantiality. Secondly, because they are friends who share the irreducible separation each has with himself, between the animal body self and the other self, world, experience, biography, another self that recognizes itself reflected within the other.

By not being, Bouvard and Pécuchet can only have. They have the faculty of language, they have memory, they have passions, but they possess them as something added to the body, as an exteriority, as a prosthesis. Georges Bataille calls this detachment, the non-identity of nature and biography, wound: the openness of the human only passes through non-fulfillment, animal nakedness, the wound.(2)

What is it that returns in the C’era una volta, ancora una volta that Marta proposes to us? It is the bottom that rises to the surface (without ceasing to be bottom), just to mention a series of the artist’s monochrome works where the dashed, maniacally repeated mark of the drawing-they are mostly brambles and mangroves-emerges luminous from the carbon-black background of the copying paper; the darkness is the power from which the light in action arises. A light, however, that leaps to the surface in an inextricable tangle of branches or impulses, as if to say that beyond the open is not the crystalline light of the free future but only a revelation. What returns is the memory of the body, of the motor organs that is essentially Habit, but before that what returns identical to itself is the a priori of everything, the undifferentiated power that oversees every act.

Every time from the beginning the faculty of language, the mnestic faculty, the faculty of love, always return the same. It is the power, it is the virtual of all that has been, of all that is actualized and will be actualized in the future, and that in it is not exhausted. The infinite expressions that historical languages allow to create do not in any way exhaust the faculty of language, it always returns again bringing difference into the present. The virtual, that is the power, is what is always repeated the same; what differs is the movement of the virtual that actualizes itself.

This movement that from an illo tempore actualizes differences is evident and even mentioned in Marta Roberti’s works, in the artistic practice focused essentially on an insistently repetitive gestuality that is propitiatory to a detached state of mind. But not a detachment from the world in order to enter into communion with the religious, Marta’s relationship with the surface is not one of symbiosis with what she is doing, in the enchantment that certain repetitive practice procures there is no fusion but proper distance that still allows for the opposition of form-content, self-other, necessity-freedom.

There is no fusion, and that is why Marta’s work is maximally fluid, nomadic, rhizomatic, equipped to range among a myriad of concepts and figures that sometimes return under different constellations, or in disguise, to form a hypertext with different registers and languages from writing to drawing, moving image, and painting.

From a phenomenological outcome, so to speak, of Roberti’s early works as in Neoteny, Becoming Environment, Lacuna, to the image of the mirror self of the indistinct nature and solitary animals observing us, almost as if it were the figuration of Rainer Maria Rilke’s eighth elegy, so beloved by the artist: “The creature, what may be its eyes, sees / the open. Only our eyes are / as if turned back, placed all around it, / traps to encircle its free exit.”(3)  Until the last works, where the body – it is the artist’s body – takes on greater prominence in the relationship with nature and especially with the animal.

Deleuzian animal-becoming seems to be an invariant in the reflections that guide the artist’s artistic practice, even in the form of the metamorphosis that occupies so much space in recent works, some of which featured in the exhibition. But here the becoming other of metamorphosis does not open to the fantastic lost world of mythology, antiquarian stuff would Walter Benjamin say, because it is from the now that the call of the returning past starts, throughout the aesthetic experience, as a dialectical image, sometimes capable of disrupting the dominant discursive order.

This now presents itself as a dialectical image, as a phantasmagorical, sudden and unintentional image of the past in which the possible that has not been fulfilled in it appears. This is where encounters are made, in this middle ground between no longer and once again, and encounters are known to be always happy. So the tension that holds Clarice Lispector’s cockroach together with Potnia’s animals does not escape a close look. It is possible that things went like this: one day Marta Roberti meets somehow Potnia Theròn, the lady of the animals, the wild Artemis…

Mauro Folci

[1] Gustave Flaubert, Bouvard e Pécuchet, Quodlibet, Macerata 2018, p. 347.
[2] George Bataille, L’amicizia, SE, Milano 1999, p. 19.
[3] Rainer Maria Rilke, Ottava elegia, in Id., Elegie duinesi, Einaudi, Torino 1978, p. 49.

Marta Roberti (Brescia 1977) lives in Rome. After graduating in Philosophy in Verona she attended the Cinema and Video course at the Brera Academy of Fine Arts. Drawing is her favorite medium, declined in installations and video animations, which have participated in exhibitions and festivals including Wall-Eyes, Looking at Italy and Africa, Keynes Art Mile, Johannesburg. 2019, Something Else Biennal Off Cairo 2019, Portrait Portrait Taipei Contemporary Art Center 2017, Regeneration Scarabocchio Kuandu Museum of Art Taipei 2015 , Macro Rome, Carta Bianca Museum of Villa Croce in Genoa 2012. She lived some years in Asia, where she participated in numerous residences between China and Taiwan, favoring Taipei as a base. In her works she investigates how western identity emerges from what it is considered ‘other’ from itself : such as animals, nature, the exotic, the east and prehistory.

Ph: Marco Cappelletti