ISTANTANEE
Ettore Tripodi

Accompagnano la mostra un testo di Sofia Silva

e un testo di Anna Dumont 

Opening: 28.02.2024 – h: 18.00 / 21.00
On view: 29.02.2024 – 03.05.2024

ITAENG

Il filato di Ettore Tripodi

Sofia Silva

 

Ettore Tripodi mi accoglie con modi dolci e flemmatici nello studio che occupa con colleghi e amici in una laterale di Viale Espinasse. Mi porge un album che contiene trentacinque tavole, accende una stufetta molto gradevole.

Bagnanti, bagnanti in fuga dalla tempesta, vedute a volo d’uccello su paesaggi assemblati (l’Eden è un casello dell’A8), catwalk olimpici, apericena caravaggeschi, scopofilie corali da corte di Francia, riposini in bilocale, fuggiaschi in motocicletta e un paio di forzieri direttamente dal Deuteronomio. Il supporto è una carta tela di tradizione giapponese, leggera e semitrasparente. Ogni soggetto è tratteggiato all’interno di un riquadro il cui punto di centro spesso non coincide con quello del foglio facendo sì che lo spazio neutro del supporto, quello esterno alla ‘finestra di testo’ dell’immagine, sia molto eloquente, come in quelle facciate dei fumetti che per dare l’idea di conclusione o rapidità o dimenticanza o suspence mostrano solo un’immagine all’interno di una pagina che ne potrebbe ospitare molte di più.

Tra le intenzioni di Ettore Tripodi vi è quella che differenti momenti della storia del disegno e della grafica convivano in un unico foglio, conchiusi nella medesima composizione.

Ricciuti tratteggi chiaroscurali à la Rembrandt sono accostati a guizzi di stampo warholiano destinati alla rappresentazione di oggetti ‘databili’ quali scarpe e automezzi; impianti sognanti reminiscenti di Cocteau si alternano ad aree più meta-grafiche e radicali, dominate per esempio dalla ripetizione di un unico segno o da un effetto solarizzante.

Questa ambizione sincretica, che ha caratterizzato il lavoro di molti artisti operanti in ottica post-storica, nei disegni di Tripodi si regge su una forte italicità dei corpi e delle pose dove plasticità, massa e gravità delle forme hanno maggior rilievo rispetto all’analisi psicologica dei personaggi.

In alcuni primi piani si riconosce una maniera che ha grande tradizione nell’arte etrusca e in quella parte di XX secolo votata al culto etrusco: la rappresentazione dello stupore ieraticizzante, di cui la bocca semiaperta è marchio emblematico, largamente teorizzato da Arturo Martini che nei Colloqui sulla scultura 1944-45 commenta: “Gli antichi erano naturali per piccolezza, perché guardavano il mondo in adorazione”.

L’arte italica che Tripodi ibrida con riferimenti moderni e contemporanei molto lontani da essa, viene ulteriormente punzecchiata da un sentire erotico d’impronta orientalista. Talvolta Tripodi tratteggia cornici o inserisce motivi geometrici decorativi che sembrano ispirarsi a stelle, corolle, picche di ascendenza islamica.

Il sincretismo di riferimenti utilizzato da Tripodi si uniforma in una prontezza di stampo post-picassiano; idealmente il percorso dell’autore, se privato delle proprie specificità, potrebbe essere raffrontato con quello di Tono Zancanaro in Italia o di Alekos Fassianos in Grecia.

Benché Tripodi abbia sempre rimarcato l’importanza della sequenzialità nella propria opera, questa stessa induce a una lettura analitica del singolo foglio, nutrendosi di ambivalenza: scene plastiche, di impianto lirico, ancorate alla tradizione, pregne di una temporalità che vive di immanenza, accolgono la scorrevolezza del comic strip.

In quest’ottica, che posizione occupa nel panorama contemporaneo il substrato culturale che nutre il lavoro grafico di Tripodi? L’artista si differenzia da grande parte della produzione contemporanea di pittura e disegno di stampo figurativo sita in Europa per la quasi totale assenza di note simboliste o post-surrealiste, sostituite da altre classiche oppure favolistiche e fiabesche. La vicinanza alla fiaba o in alcuni fogli al cantico, permette una lettura antica della sua opera, in cui il soggetto non rimanda a un senso altro da sé e non necessità di ricostruzioni enigmistiche. Lo spettatore può riposare nell’immagine senza nutrire il sospetto di essere ingannato da essa, ritrovando con gioia quella suspension of disbelief che molta produzione contemporanea nega o strumentalizza.

Per comprendere a pieno le caratteristiche del disegnare di Tripodi, è utile analizzare le discipline laterali in cui l’opera grafica si sfoga. La pittura dell’artista è argillosa, talvolta fangosa, mossa nel segno ma cromaticamente ovattata; emerge la predilezione per la pittura murale dei popoli antichi: l’attenzione è rivolta a una matericità reminiscente di intonaci e murature. Nella trasposizione dei disegni su tessuto jacquard avviene l’opposto: l’italicità scompare perché glifi e segni astratti assumono autonomia semantica e materica esaltando quello che si è descritto come orientalismo di Tripodi.

In questo artista i cui fili vengono tirati da numerosi studi e fascinazioni, si avverte però una profonda appartenenza a Milano: le cromie, anche quelle più terrose, tradiscono settentrionalità; l’impianto compositivo veicola sempre grazia, misura e non di rado frivolezza; il lirismo è minimizzato dall’arguzia, da un tendenza al bon mot; spazio e prospettiva non abdicano mai del tutto anche laddove le opere vivono di verticalità (come del resto in Tullio Pericoli) e la decorazione non attiva trascendenza.

I trentacinque fogli di Ettore Tripodi pubblicati in questa edizione chiedono di essere osservati con la complicità con cui negli anni dell’infanzia l’immagine stampata può divenire amica e suscitare divertimento, labirintica indagine, sorpresa e anche ozio. Tripodi cuce tra loro l’età dell’arte così come quelle della vita.

Anna Dumont

 

 

Per molti anni, l’opera del Victoria and Albert Museum di Londra che ho amato di più è stato un velluto di seta della Persia Safavide. Quattro giovani uomini sono adagiati con grazia in un giardino, ognuno perso nella contemplazione mentre avvicina un fiore al naso. Sono affiancati da cipressi di un verde intenso e da stagni dove nuotano pesci pigri. È un tessuto che si può annusare e ascoltare: il profumo delle fioriture rosse e dorate, i toni chiari dell’acqua che scorre. Vi è la suggestione che all’interno della teca si possano affondare le dita nel soffice mucchio e trovare terra scura, lucente e umida.

 

Il giardino recintato è stato, fin dall’inizio della tessitura, il suo alter ego materico. Dai selvaggi motivi millefleur degli arazzi fiamminghi agli ordinati tondi floreali degli arazzi bizantini egiziani, giardini e tessuti si rispecchiano l’un l’altro. Le loro qualità allusive condivise si riversano anche in altre arti: la poesia persiana descrive spesso i giardini come tappeti; il poeta shiraziano Sa’di saluta l’arrivo della primavera come un tappeto srotolato dalla natura: “Dio ha detto al ciambellano della brezza ondeggiante di stendere un tappeto verde smeraldo”, e nell’Iran del XIX secolo era pratica comune imitare le campiture colorate dei tappeti usando petali di fiori che galleggiavano negli specchi d’acqua.[1] Nei tessuti, la logica dei giardini – i loro intrecci, così simili agli incroci di ordito e trama, sono ordinati in percorsi netti di colore e tonalità – è resa intima e tangibile. Se un broccato di seta persiano o un velluto turco possono essere posseduti e usati, i tessuti raffiguranti giardini introducono la fantasia del selvaggio, un impossibile groviglio di crescita addomesticata, piegata alla volontà di chi la indossa, ma che minaccia sempre di eruttare al di fuori del suo controllo. 

 

Negli arazzi di Ettore Tripodi, il tessuto raffigurante il giardino prende nuova vita. Le prime opere tessili dell’artista, esposte per la prima volta nella mostra Istantanee presso OPR Gallery di Milano, condividono un unico soggetto: un giardino notturno, completo di corsi d’acqua, ciascuno con un padiglione lussureggiante. Tripodi si è avvicinato al tema dei giardini ispirandosi a libri di damaschi storici, e le sue oasi lussureggianti replicano le loro forme intricate e tortuose. Questi giardini, tuttavia, non appaiono come utopie autonome, ma sorgono dalla periferia milanese, delimitata dal rombo dei camion e dal fragore dei motori degli aerei. 

 

Gli arazzi di Tripodi sono tessuti su un telaio digitale Jacquard. L’effetto è quello di un oggetto tridimensionale dalla presenza insistente e immediata, che invita al tocco, come i velluti del Victoria and Albert Museum, mentre l’immagine intessuta sulla superficie trasporta lo spettatore in una fantasia onirica. Appesi al centro della galleria, entrano in un rapporto di presenza e assenza simultanea con i dipinti e i disegni alle pareti. Grandi abbastanza da poter immaginare di attraversarli, bloccano la nostra vista sulle opere retrostanti, proiettandoci in una distesa illusoria di città e stelle lontane.

 

Tripodi si è interessato al tema del giardino osservando i motivi damascati pubblicati nei libri di tessuti storici. Nei suoi arazzi, tuttavia, l’idillio del giardino è inserito in un complesso di vita quotidiana. Si tratta di un “futurismo romantico”, come lo definisce lui stesso, e il suo fascino per la velocità e la modernità rimanda ai tessuti realizzati nei laboratori artigianali delle case d’arte dalle mogli e dalle figlie di Balla e Depero. L’affinità è anche stilistica: in Futurismo Romantico, automobili, motociclette, lampioni e aerei diventano suggestioni libere di movimento, dissolvendosi in un turbinio di linee furiose e direzionali alla trama. Tuttavia, mentre i futuristi tentavano un’estetica totalizzante della modernità violenta, gli arazzi di Tripodi sono aperti a diversi sguardi. 

 

Qui, il giardino simbolo di gioia e la tristezza dell’espansione urbana di Milano sono contemporaneamente presenti, come un sogno permette a due cose incompatibili di essere vere secondo la propria logica interna. “Se si vuole trovare il giardino […] il giardino esiste nel posto sbagliato”. Questa è l’aporia del giardino del Paradiso: è al tempo stesso del mondo e al di fuori di esso. Come scrive Rumi, “la rosa è di quel mondo, non può essere contenuta in questo: come potrebbe il mondo dei fantasmi contenere l’immagine della rosa?”.[2]  Questo e quel mondo per Tripodi coesistono, sotto lo stesso cielo notturno.

 

La trasfigurazione materiale di questi arazzi – prima tessuti, poi disegni, poi di nuovo tessuti – è resa ancora più complessa dai disegni che li affiancano. In quanto oggetti, gli arazzi sono stati riportati nel mondo quotidiano dei sogni di Tripodi. Appaiono sulle pareti dietro a figure che riposano, leggono e sfogliano libri, suggerendo una sorta di inconscio decorativo utopico, l’Eden come complemento al comfort borghese. E in un ultimo gesto, in un disegno, Tripodi ha riempito uno spazio quadrato con scarabocchi astratti e suggestioni di fiori e alberi. È solo nella parte superiore della composizione che la scena si svela: una testa addormentata sporge su un cuscino. È come se la carta stessa del disegno avvolgesse questa dormiente, piegandosi intorno ai contorni del suo corpo prono. Riconosciamo la nuda suggestione del suo paradiso intrecciato, il disegno fatto tessuto e il tessuto fatto di nuovo disegno, tutto nello stesso istante.



[1] Donald N. Wilber, Persian Gardens & Garden Pavilions (Charles E. Tuttle, Rutland VT, 1962),  39-40.

[2] Julie Scott Meisami, “Allegorical Gardens in the Persian Tradition: Nezami, Rumi, Hafez,” 

OPR Gallery è lieta di presentare Istantanee di Ettore Tripodi, una serie di disegni sospesi, soggetti rubati a una dimensione inconscia, una proiezione fantastica di ciò che è stato, che poteva accadere, che è accaduto in un luogo ancora inesplorato.

La mostra si compone di 15 opere su carta, 10 dipinti su tavola e 2 tessuti Jacquard di grande formato realizzati in collaborazione con Antica Valserchio, azienda del Gruppo Florence e confezionati da Clori & C.

Al centro delle due sale di OPR Gallery campeggiano due tessuti Jacquard di 140×140 cm, paesaggi compositi, vedute a volo d’uccello su giardini orientaleggianti innestati nella periferia urbana. Attorno a questi, i disegni e i dipinti allestiti a parete, suggeriscono una costellazione di particolari che sviluppano il paesaggio in un continuo gioco di rimandi.

Le 15 carte sono una selezione di una serie di disegni più ampia che Ettore Tripodi ha raccolto tra il 2022 e il 2023, a china su carta giapponese, i cui soggetti ritraggono il quotidiano come in un’istantanea. Uno scatto rubato in una dimensione tanto intima quanto inventata.

Questa atmosfera oziosa e quotidiana stride con il mutevole stile grafico con cui viene rappresentata, che evoca altri immaginari trasportandoci da una realtà possibile a un universo onirico. Lo stesso soggetto si ripete trasformandosi stilisticamente; si passa da una rappresentazione più plastica e didascalica a un linguaggio meta-grafico più radicale. Questa ambizione sincretica trova un ulteriore sviluppo nelle tempere su tavola di piccolo formato, 35×30 cm, dipinti argillosi opachi dalle cromie calde, nei quali convivono la plasticità dalle forme e il segno più grafico.

Ad accompagnare la mostra il libro Ettore Tripodi – Disegni 2022/2023 edito da Magütt publishing, con un saggio di Sofia Silva, che raccoglie tutti i disegni presenti in mostra, mentre in sala è presente un testo di Anna Dumont, storica del tessuto, che introduce il lavoro sui tessuti Jacquard, mettendoli in relazione con la pittura.

Biografia

Ettore Tripodi, nato a Milano il 23 settembre 1985, ha studiato scenografia all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. 

Ha iniziato ad esporre le sue opere in occasione di alcune mostre collettive organizzate dallo Studio d’arte Cannaviello, dove ha successivamente realizzato la sua prima personale nel 2010. Sono seguite diverse esposizioni in spazi pubblici e privati: presso lo State Institute of Culture di Sophia, il MAC di Lissone, l’Esposizione Internazionale di Pittura ad Hang Zhou, il Mucem di Marsiglia, l’Istituto Italiano di Cultura di Marsiglia.

Nel 2021 la prima collaborazione con OPR Gallery, dove, in occasione della prima edizione della Milano Drawing Week, curata da Irina Zucca Alessandrelli, ha presentato Notturni, una serie di 23 disegni su carta in dialogo con un’opera di Giorgio de Chirico proveniente dalla Collezione Ramo.

Collabora inoltre come illustratore con diverse riviste e quotidiani tra cui il supplemento culturale «Domenica» de «Il Sole 24 Ore».

Ettore Tripodi è tra i fondatori di MammaFotogramma Studio, un gruppo di artisti che si occupa di arti applicate quali stop-motion video, animazione tradizionale, live action, installazioni multimediali, interaction design per eventi e spazi espositivi, design e architettura. Tra i lavori più rappresentativi dello studio vi sono l’installazione interattiva Cassina 9.0 alla Fondazione Feltrinelli nel 2017, il tavolo interattivo presentato nel Padiglione della Città del Vaticano durante Expo 2015 e Dollar Street alla Triennale di Milano nel 2019.

Anna Dumont 

 

 

For many years, the object in the Victoria and Albert Museum in London that I have loved best is a silk velvet from Safavid Persia. Four young men lean gracefully in a garden, each lost in contemplation while holding a flower to his nose. They are flanked by deep green cypresses, and ponds stocked with lazy fish. It is a textile which one can smell and hear: the scent of the red and gold blooms, the clear tones of running water. There is the suggestion that inside the case, one could sink one’s fingers into the soft pile and find dark, shining, wet earth.

 

The walled garden has been, since the inception of complex textiles, their material alter ego. From the wild millefleur patterns of Flemish tapestries to the neat floral roundels of Egyptian Byzantine tapestries, gardens and textiles mirror each other. Their allusive shared qualities bleed over into other arts as well: Persian poetry often describes gardens as carpets; the Shirazi poet Sa’di greets the arrival of spring as a carpet unfurled by nature, “God has told the chamberlain of the wafting breeze to spread an emerald-green carpet,” and in nineteenth-century Iran it was common practice to mimic the colored planes of carpets using flower petals floating in the pools of water.[1]  In textiles, the logic of gardens – their ordered plots so much like the crossings of warp and weft into neat plots of color and tone – is made intimate, and touchable. If a Persian silk brocade or a Turkish velvet can be owned and used, garden textiles introduce the fantasy of wildness, an impossible tangle of tamed growth bent to the will of the wearer, but threatening always to erupt beyond her control. 

 

In the tapestries of Ettore Tripodi, the garden-textile takes on new life. The artist’s first woven works, on view for the first time in the show Istantanee at the OPR Gallery in Milan, share one subject: a night garden, complete with water courses, each with a lush pavilion. Tripodi came to the subject of gardens while looking at books of historic damasks, and his lush oases replicate their tangled, twisting forms. These gardens, however, appear not as self-contained utopias, but instead spring up in the Milanese periphery, bounded by the rumble of eighteen-wheelers and the roar of jet engines. 

 

Tripodi’s tapestries are woven on a digital Jacquard loom. The effect is a three-dimensional object with an insistent, immediate presence, inviting touch, like the V&A velvets, even as the image woven into its surface transports the viewer to an oneiric fantasy. Hung in the center of the gallery, they enter into a relationship of simultaneous presence and absence with the paintings and drawings on the walls. Big enough to imagine stepping through, they block our view of the works behind, even as they draw us into an illusory expanse of distant cities and stars.

 

Tripodi became interested in the motif of the garden looking at damask patterns published in books of historic textiles. In his tapestries, however, idyll of the garden is drawn into a complex with everyday life. This is, as he terms it, a “romantic Futurism,” and his fascination with speed and modernity echo the textiles made in the case d’arte craft workshops by the wives and daughters of Balla and Depero. The affinity is also one of style – in Futurismo Romantico, cars, motorbikes, streetlamps, and planes become loose suggestions of movement, dissolving into a flurry of furious, directional lines in the weave. Yet while the Futurists attempted a totalizing aesthetic of violent modernity, Tripodi’s tapestries are more equivocal. 

 

Here, the garden and the sadness of Milan’s urban sprawl are simultaneously present, just as a dream permits two incompatible things to be true according to its own interior logic. “If you want to find the garden,” he says, “the garden exists in the bad place.” This is the aporia of the garden of Paradise: it is both of the world and nothing like it. As Rumi writes, “The Rose is of That world, it cannot be contained in This: how could the world of phantasms contain the image of the Rose?”[2] This world and That world for Tripodi they are together, under the same night sky.

 

The material transfiguration of these tapestries – first textiles, then drawings, then textile again – is given an added complexity when we return the drawings shown alongside them. As objects, the tapestries have been drawn back into Tripodi’s quotidian dream-world. They appear on the walls behind figures at rest – reading and browsing books – suggesting a sort of utopian decorative unconscious, Eden as a complement to bourgeois comfort. And in one final gesture, Tripodi has filled a square space with abstract scribbles and the suggestion of flowers and trees. It is only at the top of the composition that the scene coheres – a sleeping head protrudes on a pillow. It is as if the paper of the drawing itself wraps this sleeper, folding around the contours of her prone body, and we recognize the bare suggestion of his woven paradise, drawing made textile and textile made drawing again, all in the same instant.



[1] Donald N. Wilber, Persian Gardens & Garden Pavilions (Charles E. Tuttle, Rutland VT, 1962),  39-40.

[2] Julie Scott Meisami, “Allegorical Gardens in the Persian Tradition: Nezami, Rumi, Hafez,” 

OPR Gallery is pleased to present Istantanee by Ettore Tripodi, a series of suspended drawings, subjects stolen from an unconscious dimension, a fantastic projection of what has been, what could have been, what has happened in a still unexplored place.

The exhibition consists of 15 works on paper, 10 paintings on wood and 2 large-format Jacquard fabrics made in collaboration with Antica Valserchio, a Florence Group company, and made by Clori & C.

At the center of both OPR Gallery rooms, stand one each 140×140 cm Jacquard fabrics, composite landscapes, bird’s-eye views of oriental gardens grafted into the urban periphery. Around these, drawings and paintings set up on the wall suggest a constellation of details that develop the landscape in a continuous interplay of references.

The 15 papers are selected from a larger series of drawings that Ettore Tripodi collected between 2022 and 2023, in Indian ink on Japanese paper, whose subjects depict the everyday as in a snapshot. A snapshot stolen in a dimension as intimate as it is invented.

This idle, everyday atmosphere clashes with the changing graphic style with which it is represented, evoking other imagery, transporting us from a possible reality to a dreamlike universe. The same subject is repeated while transforming stylistically; we move from a more plastic and didactic representation to a more radical meta-graphic language. This syncretic ambition finds further development in the small-format temperas on panel, 35×30 cm, opaque clay paintings with warm colors, in which the plasticity of forms and the more graphic sign coexist.

Accompanying the exhibition is the book Ettore Tripodi – Drawings 2022/2023 published by Magütt publishing, with an essay by Sofia Silva, which collects all the drawings in the exhibition, while in the room there is a text by Anna Dumont, historian of textiles, which introduces the work on Jacquard fabrics, relating them to painting.

Biography

Ettore Tripodi, born in Milan on September 23, 1985, studied scenography at the Brera Academy of Fine Arts in Milan.

He began exhibiting his works at various group exhibitions organized by the Cannaviello Art Studio, where he subsequently held his first solo show in 2010. Several exhibitions in public and private spaces followed: at the State Institute of Culture in Sophia, the MAC in Lissone, the International Painting Exhibition in Hang Zhou, the Mucem in Marseille, and the Italian Cultural Institute in Marseille.

In 2021 his first collaboration with OPR Gallery, where, on the occasion of the first edition of Milano Drawing Week, curated by Irina Zucca Alessandrelli, he presented Notturni, a series of 23 drawings on paper in dialogue with a work by Giorgio de Chirico from the Ramo Collection.

He also collaborates as an illustrator with several magazines and newspapers including the cultural supplement “Domenica” of “Il Sole 24 Ore.”

Ettore Tripodi is among the founders of MammaFotogramma Studio, a group of artists working in applied arts such as stop-motion video, traditional animation, live action, multimedia installations, interaction design for events and exhibition spaces, design and architecture. Among the studio’s most representative works are the Cassina 9.0 interactive installation at the Feltrinelli Foundation in 2017, the interactive table presented in the Vatican City Pavilion during Expo 2015, and Dollar Street at the Milan Triennale in 2019.